giovedì 3 marzo 2011

Quando io battei il Sistema

Io ho fatto il militare.
Sono uno degli ultimi, credo, ad averlo fatto obbligatorio.
Per ragioni di convenienza ho fatto il militare come Allievo Ufficiale di Complemento (AUC) in Marina.
Ho fatto 70 giorni a Livorno (terra che mi adottò per molte estate in gioventù per via di amici e parenti) in Accademia e questo è il Sistema di cui parlo e che vi racconto brevemente.
La vita in Accademia è allucinante, incredibile per chi non l'ha vissuta e, a distanza di anni, difficile anche da raccontare... Perché molti ricordi sono annebbiati ed altri sono talmente assurdi che viene il sospetto che siano distorti proprio dal tempo che è passato.
La vita in Accademia è scandita minuto per minuto da regole... Esiste una regola per qualsiasi cosa ed ogni regola va assimilata e fatta propria, perché sgarrare una qualsiasi regola significa punizione, significa non poter uscire quelle due volte a settimana che è concesso, significa non poter staccare la testa per qualche ora.
Appena entri in Accademia sei imbottito di informazioni. Informazioni utili solamente dal punto di vista della "sopravvivenza" non certo da un punto di vista pratico.
Ti insegnano come piegare i vestiti la sera e come riporli nella sbarra ai piedi del letto. Non ricordo con precisione, ma c'è un ordine: sotto tutto i calzini, poi la canottiera, poi i pantaloni, quindi la camicia e sopra tutto il maglione. Ogni capo deve essere piegato in un modo particolare e perfetto. La pila di vestiti non deve essere più larga della manica del maglione, che deve essere sopra tutto e mostrare con perfezione il grado. Insomma, tutti i vestiti devono essere una striscia perfettamente allineata non più larga di una decina, quindicina di centimetri. Ti spiegano anche che c'è un motivo dietro a questa regola e cioè che i sommergibili sono talmente stretti e angusti che se non si facesse attenzione allo spazio...
Ogni sera passa l'Ufficiale Inquadratore a controllare che ognuno abbia disposto correttamente i vestiti. In caso contrario: "A rapporto!"
Andare a rapporto (per chi non avesse fatto il militare) significa presentarsi dal comandante a spiegare (non giustificare) il motivo del proprio errore e a ricevere la giusta punizione: una consegna di un numero di giorni variabile a seconda della gravità del misfatto. Essere consegnato significa non poter usufruire della libera uscita.
Questa è solo una delle decine di regole.
Vado a casaccio per come la memoria mi supporta.
Le pratiche serali devono svolgersi in quindici minuti: doccia, lavaggio denti, bisogni corporali, spogliarsi dei vestiti, piegarli come detto, indossare il piagiama e mettersi in branda. Se dopo quindici minuti non sei in branda: a rapporto! Se qualcosa non viene fatta come da regole: a rapporto!
Si dorme con le finestre aperte. Sempre e comunque. Le finestre nella camerata generano correnti inimmaginabili. L'Accademia è in Livorno, che già di per sé è città ventosa, ma poi vicina al mare e per questo zona ancora più ventosa.
La mattina sveglia di primissimo mattino.
Giù dalle brande e bisogna mettersi a torso nudo (finestre sempre aperte).
Altrettanti quindici minuti per sbrigare le pratiche mattutine di lavaggio, rifare il letto e vestizione. Fino al momento di vestirsi, bisogna stare a torso nudo.
Non si può parlare. Nelle camerate non si può parlare!
Ricordo una scena tragicomica. Rifacendo il letto si sventolava la coperta per piegarla. I letti a castello erano uno vicino all'altro e la scena è questa: il primo della fila piega la coperta sventolandola. Questo movimento crea una forte corrente d'aria fredda che va nella schiena (nuda) del vicino di letto che, inevitabilmente inarca la schiena (magari emettendo un gemito). Questo però a sua volta sventola la coperta e crea a sua volta la corrente d'aria che genera un comico (per chi lo osserva) e tragico (per chi lo vive) effetto domino: vuuuumm! Ahhhh! Vuuummmm! Ahhhhh!
In Accademia ogni spostamento va fatto di corsa. E quando si corre si devono tenere i pugni al petto.
Quando si incontrano gli allievi dei ruoli normali o gli ufficiali bisogna salutarli militarmente, continuando a correre ma togliendo i pugni dal petto e salutando militarmente.
Gli allievi del primo anno (Aspiranti Guardiamarina) vanno salutati militarmente solo fino a mezzogiorno. Tutti gli altri ufficiali sempre. Sbagliare un saluto, e cioè salutare chi non si deve o non salutare chi si deve significa rapporto.
Se si incontra un alto ufficiale bisogna salutarlo fermandosi e mettendosi sull'attenti.
Se si incontra un Ammiraglio bisogna fermarsi, mettersi sull'attenti, salutarlo militarmente e continuare il saluto seguendolo con lo sguardo e il corpo finché non esce dall'orizzonte visivo.
Quando si è in gruppo si deve correre implotonati e il più "anziano" del gruppo deve condurre e guidare il plotone. In quel caso è solo lui che deve salutare eventuali ufficiali incrociati.
La giornata è scandita al quarto d'ora. Vi assicuro, ci sono regole per qualsiasi cosa.
A tavola è tutta una regola. Mangiare non è un piacere è un'esigenza fisiologica e un seguire e rispettare regole, in questo caso si tratta delle regole imposte dal galateo.
La frutta si sbuccia con le posate e si mangia con le posate. Se non vuoi la frutta la sbucci lo stesso e (in questo caso credo in barba al galateo) poi la lasci nel piatto! Non li freghi mica!
Quando c'è la libera uscita devi passare l'ispezione; sicuramente prima di uscire ma spesso anche al rientro.
L'ispezione consiste nel verificare che tu sia vestito correttamente e tutto in ordine. Si esce in divisa con un cordino al collo a ricordare Nazario Sauro morto impiccato.
In Accademia c'è una passione quasi feticista per le scarpe.
Ogni giorno le scarpe vanno lucidate. Nei banchetti nelle aule di studio, ognuno di noi aveva lucido nero, spazzola e straccio. Non erano ammessi "trucchi" tipo il lucido autolucidante o cazzate del genere. Lucido nero da spalmare con la spazzola e poi lucidare con lo straccio.
L'ispezione delle scarpe era d'obbligo e inevitabile.
Il rientro dalla libera uscita era meravigliosamente terribile. Si veniva interrogati sul "Quadro delle Guardie".
I ruoli normali facevano i turni di guardia ad ogni aula critica, ingresso o luogo strategico dell'Accademia.
C'era l'ufficiale di guardia all'ingresso principale. Quello di guardia allo studio 9 e quello allo studio 7.
Quello di guardia ai servizi igienici. Quello di guardia alla polveriera.
Addirittura guardia alle lance (barchette a remi) in spiaggia e nei posti più impensabili.
I turni cambiavano a cadenza giornaliera.
Il quadro delle guardie era appeso in una bacheca in corridoio ed era vietato appuntarselo su carta "in diretta".
Era tollerato che il quadro venisse scritto su foglio nello studio.
La scena era questa: ognuno partiva dallo studio; pugni al petto e di corsa fino al quadro (ricordate che muoversi in Accademia significa rischiare di incrociare qualche ufficiale e dover comunque rispettare tutte le regole... Insomma, è un po' come quando la finanza viene a fare un controllo!); si guardano 2/3 nominativi del turno e si memorizzano; si torna di corsa in studio e si appuntano su un foglio.
Tra amici ci si divide i ruoli, ma un paio di giri toccano sempre.
Durante l'uscita poi si passa il tempo ad imparare a memoria il quadro e parliamo di una quindicina, ventina di nominativi, perché al rientro vieni interrogato.
"Chi è di guardia a Studio 9?" e devi rispondere nome, cognome e grado!
Se sbagli? Beh, chiaro no? A rapporto!
Starei delle ore a raccontarvi delle giornate in Accademia, dei giri di corsa di punizione (salvezza rispetto al rapporto) sempre dispari, delle ore di lezione, degli spoglaitoi della palestra, delle corse in pista prima di colazione, dell'assemblea in piazzale al mattino, al pomeriggio e alla sera, delle ore e ore di marcia... Ma non vi tedio oltre.
Arriviamo al dunque: a come io, una volta, battei il Sistema!

Passai la Pasqua in Accademia ed arrivarono, insperati, quattro o cinque giorni di licenza.
Andai in montagna con il mio amore e partii direttamente da Livorno in treno ovviamente in "divisa". Non ricordo il viaggio ma fu sicuramente lungo e non passai da casa a Genova.
Passammo la Pasqua in montagna, i giorni volarono di sicuro fino al giorno di rientrare.
Il rientro era entro le 22 in Accademia. Ritardare, in quel caso, sarebbe davvero stata una cosa grave. La leggenda parla di diserzione...
Sicuramente un bel rapportino non te lo avrebbe tolto nessuno!
Partimmo da Salice nel pomeriggio; avevo l'appuntamento a Pegli (o forse Prà) con il Mikkio intorno alle 19... Insomma, un margine di un oretta in caso di coda, ma non avevamo il tempo di cincischiare.
Partii da Salice in borghese... Cominciate ad immaginare?
Salutai la Vale a Torino ed arrivai a casa nel pomeriggio... Fortunatamente con un certo anticipo comincia a prepararmi e... No! Non ci posso credere!!! Le scarpe??? Oddio le scarpe!!!
No... No... NOOOOOOOOOOOOOO! Ho dimenticato le scarpe a Salice!
Non è possibile! Non ci credo!
Non posso!!! NooooooooooooooooooooooooooooooooOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!
Non ho il tempo per tornare a Torino... Non c'è nemmeno il tempo di mandare Valeria da Torino a Salice e ritorno e nel frattempo io parto per Torino... Sono le 18 o qualcosa del genere... Non c'è tempo!!!!
Esco di casa, scendo in un negozio di scarpe ma non trovo delle scarpe nere come quelle della divisa... Ce ne sono con la fibia, ce ne sono con strani disegnini in cuoio sulla punta... Una scarpa nera, di pelle lucida, semplice non la trovo...
Sono quasi disperato ma poi mi viene in mente il mio amico Tommy!
Sì, Tommy che aveva fatto il marinaio semplice qualche anno prima... Quel Tommy maniaco che di sicuro ha ancora tutti i capi della divisa e le scarpe, che le ha di sicuro, le avrà anche tenute bene. Quel Tommy che non so che numero porti ma che non ha importanza!
Quel Tommy che non è a casa, ma che mi mette in contatto con i suoi e che in quattro e quattr'otto mi fa avere le scarpe... Nere come quelle dell'Accademia, un po' consumate, non c'è dubbio, un po' più basse e con il numero di matricola non ricordo bene dove ma visibile ad un occhio attento.
Non ho altrenativa, ma è già grasso che cola (come dice Giuliano Ferrara quando suda! ndr Non è mia, eh?).
Arriviamo in Accademia in orario nonostante essere partiti con una mezzora buona di ritardo per via di questo imprevisto...
Ricordo che l'ingresso alle 22 non ebbe problemi, nessuna ispezione divisa e forse (clamoroso!) neppure quadro guardie, dal momento che essendo stati via più giorni non potevamo saperlo.
La prova del fuoco arrivò alla prima libera uscita. Li ci fu l'ispezione divisa. Ricordo ancora adesso il terrore che provavo. Se fossi stato scoperto avrei dovuto confessare di essermele dimenticate (dimenticarsi un pezzo di divisa in giro???) e di averne prese delle altre probabilmente non di ordinanza, ma soprattutto di aver mentito!!!
L'allievo inquadratore mi osservava... Mi girava intorno serio, senza parlare, squdrandomi dalla testa ai piedi... Colletto, cordino intorno al collo, maglione, pantaloni... Nessuna macchia, nessun pelucco... Tutto deve essere a posto... E ora le scarpe. Devono essere lucide... Lucide da specchiarsi. I suoi occhi sono puntati sulle mie scarpe (di Tommy, pardon). Scarpe. Pantaloni. Scarpe. Occhi. Scarpe. Cordino. Scarpe. Occhi.
Attenti! (lui) Attenti! (io) Saluto (io) Saluto (lui) "Puoi andare!" "Sì aspirante".
E un sorriso mi avvolse la faccia!

Di violenza, di vittime, di carnefici e di matematica

Ci sono temi sui quali non si deve fare filosofia. La violenza è uno di questi argomenti. La violenza è violenza e la violenza ha un colpe...