giovedì 10 dicembre 2009

Voglio

C'è una bellissima canzone di Roberto Vecchioni dal titolo Vorrei.
Più volte ho riflettuto sulla poesia della parola vorrei. E' romantica, fa sognare, è il sogno, la consolazione nei momenti tristi, è malinconica, è trasgressiva.
Ma oggi io non vorrei. Oggi voglio.
Voglio vivere di quello che mi piace fare.
Voglio che siate a migliaia a leggermi e voglio scrivere per vivere.
Voglio un posto dove inventare nuovi piatti.
Voglio una casa.
Voglio 77 milioni di euro.
Voglio pubblicare un libro.
Voglio che le mie idee siano discusse, commentate e criticate.
Voglio poter commentare qualsiasi notizia e voglio che i miei pensieri raggiungano milioni di persone.

E poi non voglio altro più di quello che ho già.

martedì 8 dicembre 2009

Ancora sul podio

Qualche mese fa ho partecipato a questo concorso di Paoletta di Anice&Cannella.
Non speravo certo di vincere (e infatti...) ma in qualche modo ero soddisfatto della mia preparazione. La ricordate? E' questa qui.
Come è andata a finire?
Alla grande! Sono arrivato terzo tra i dessert.
Insomma, un'altra bella soddisfazione.
Grazie a Paoletta per aver accettato la mia ricetta anche se non rispettava in tutto e per tutto le prime regole del concorso, e grazie a chi l'ha giudicata degna di arrivare terza.

Ciaoooooooooo.

martedì 10 novembre 2009

Una storia qualunque

Ora vi racconto una storia; anzi, la mia storia.
Qualche tempo fa si è svolta una grande manifestazione. Per noi gente normale, era una manifestazione molto importante. L'abbiamo preparata per mesi. Era un momento in cui anche noi avremmo potuto far sentire la nostra voce.
Si prevedeva la partecipazione di tante persone provenienti da ogni parte del mondo.
Io non ho un aspetto granché accattivante. Quando non mi faccio la barba per qualche giorno, mi danno del malato. Quando indosso la felpa con il cappuccio è facile che mi chiedano i documenti quando entro allo stadio per un concerto, o che mi perquisiscano all’aeroporto.
Insomma, sono uno, questo ho capito, che se mi incontri per strada al buio magari cambi marciapiede. Poi però, se mi vedi di giorno, ti accorgi che il mio corpo è fragile… Lo so, qualcuno potrebbe ritenerlo un vantaggio, io me ne sono fatto un complesso. Mangio, lo giuro. Eppure non ingrasso. Vabbé, lo ammetto, qualche problemino ce l’ho anche io, ma chi non ne ha? E poi questo è un altro discorso.
Con grande entusiasmo, convinto di poter cambiare il mondo, sono andato alla manifestazione.
Le cose però non sono andate come tutti (o quasi) credevamo. Gli animi si sono subito scaldati, e qualche testa calda nel casino ci si è trovato bene. Non ci ho capito tanto, ma i giorni dopo, della manifestazione non se ne parlava per i motivi che ci hanno spinto in piazza.
Quando la confusione si impadronisce di una folla, le cose diventano ingestibili, da parte di tutti.
Da parte di chi vuol far sentire la propria voce, e anche da parte di chi ha il compito di mantenere l’ordine.
Io ero tra quelli che voleva dire qualcosa. Lo ripeto, ero li per cambiare il mondo. Intorno a me tante persone che non capivo. Non sembrava avessero cose da dire quanto rabbia da sfogare.
In questi momenti è difficile isolarsi. Se intorno a te tutto viene distrutto, è difficile allontanarsi in fretta. Non sai neppure da che parte correre!
Come un lampo un colpo sul collo mi ha sbattuto per terra. A colpirmi è stato un uomo in uniforme e assetto da guerra.
È strano, ma in quel momento ho pensato semplicemente “Cazzo, mi ha scambiato per uno di quelli!”. Quando sono caduto a terra per un secondo ho pensato a cosa avrei raccontato agli amici, convinto che inerme sarei stato ignorato.
I calci, i pugni e le manganellate sono arrivati tutti insieme e in un secondo. Non ricordo nulla, perché ho subito perso i sensi.
Quando mi sono svegliato ero in una camionetta con altre persone dall’aspetto sconvolto. Respirare significava strapparmi la carne. Ogni movimento corrispondeva ad un dolore lancinante. Non vedevo bene perché un occhio non riuscivo ad aprirlo. Il sapore ferroso in bocca era la cosa meno fastidiosa. Con la lingua continuavo ad andare a toccare delle finestre mai sentite prima tra i miei denti.
A vedermi in quel momento non facevo un bel effetto, ne sono sicuro.
Quando mi hanno fatto scendere dalla camionetta devono aver visto scendere un moderno zombie.
“Eccolo qui il morto vivente” mi hanno detto. Non credo di aver sorriso, perché non ne avevo tanti motivi, credo invece di aver fatto una smorfia di dolore. “Che cazzo ridi?” mi ha gridato qualcuno?
Stare in piedi era difficile per il male che provavo, ma lo spintone che ricevetti fece il resto.
Andai a sbattere contro il muro e il dolore mi tuonò nella testa.
Quando mi colpirono dietro la schiena con un bastone fu una sensazione agghiacciante. La rottura della spina dorsale la sentii con le mie orecchie. Poi mi accasciai per terra e parte del dolore svanì. Le gambe non esistevano più.
La cosa che più mi fece incazzare fu il mio essere inerme. Non aver saputo dire una parola, non aver avuto la forza di dare un solo pugno.
Quando mi spensi davanti agli occhi avevo solo urla, sangue e occhi spiritati.
Vivevo in un piccolo paese del Sud America ma qui dove sono ora, ho incontrato altre persone di altri posti del mondo che con me condividono solo l’aspetto malandato, che mi hanno raccontano le loro storie e ho scoperto che non sono poi così diverse dalla mia.

venerdì 30 ottobre 2009

Di uomini, di donne e di ruoli

Ho letto un articolo pubblicato su "Housekeeping Monthly" del 13 maggio 1955. No, non conoscevo questo giornale americano, semplicemente è stato argomento di discussione ad una lezione del corso di inglese.
L'articolo è intitolato "The good wife's guide", la guida della brava moglie.
Rappresenta in pieno una società maschilista (quella degli anni 50) dove vigono regole ben chiare e ruoli assolutamente ben definiti. A farla breve le regole e i ruoli sono questi: l'uomo è il motore economico della famiglia, la donna cura la casa, i figli, accudisce il marito ed è al suo servizio. I figli sono a metà strada tra la donna (ultima nella scala delle necessità personali) e l'uomo. La donna deve prendersi cura dei figli i quali, quando arriva l'uomo, non devono infastidirlo.
L'uomo arriva a casa stanco da una giornata di duro lavoro e tutto deve ruotare intorno a lui per rilassarlo ed esaudire ogni suo desiderio. Non esistono altre necessità.
Le regole che la donna deve seguire per essere una brava moglie, sono tutte mirate a far sì che la donna così si comporti: serva dell'uomo in tutto e per tutto.
Beh, a pensarci bene, questa mentalità non è poi così lontana da alcune realtà odierne, no?
E' però indubbio che (fortunatamente) le cose siano cambiate; esistono realtà magari opposte (almeno a sentire i commenti di un compagno di lezione) e, voglio illudermi, realtà che semplicemente non prevedono la predominanza dell'uno sull'altro.
Va da sé che quest'ultima ipotesi sia quella che ritengo essere l'unica possibile e l'unica giusta!
Durante l'inevitabile discussione che è nata dalla lettura dell'articolo, è poi emersa l'importanza, comunque, delle regole.
Insomma, in qualche modo si è detto: "Ok, questo è esagerato, siamo tutti d'accordo, però, in fondo una cosa positiva c'é: il fatto che esistano delle regole o meglio dei ruoli chiari e definiti, aiuta a vivere meglio!". Se qualcuno presente alla lezione ha capito diversamente me lo dica pure.
Sapete come mi suona questa frase? Un po' come "Io non sono razzista, però...". Lo so, il concetto non è lo stesso, non si parla di razzismo, ma l'inconscio che sta sta dietro è per me lo stesso!
Così come chiunque inizi una frase con "Io non sono razzista, sia chiario, però..." è a mio parere inconsciamente (e sono buono) razzista, allo stesso modo chi chi pensa che "ruoli definiti e chiari mettano chiarezza e migliorino la vita" subisce (inconsciamente) dei ruoli imposti. E, a seconda della realtà in cui ci si trova, se a pensarlo è un uomo in una società maschilista, inconsciamente è maschilista, se invece è una donna, nella stessa società maschilista, inconsciamente (?) è sottomessa.
Perché devono esistere dei ruoli da seguire? Perché deve esistere il ruolo della donna e il ruolo dell'uomo? O il ruolo del ricco e il ruolo del povero? O il ruolo del colto e il ruolo dell'ignorante?
Ci sono differenze, è indubbio, ma non dei ruoli.
Mi spiego: io uomo, sono diverso da una donna, è chiaro. Differenze.
Io però non mi aspetto che queste differenze impongano sempre comportamenti diversi tra uomo e donna. Ruolo.
Facciamo un esempio?
L'uomo è per natura generalmente più muscoloso della donna. Ci sta che un uomo per via di questa differenza faccia lavori o attività più faticose di una donna. Va bene, ma fin qui siamo sempre nell'ambito delle differenze. Cosa non mi va? Che sia dato per acquisito che i lavori di fatica siano lavori da uomo. Questo è il ruolo. Questo è il pericolo! Perché, andando avanti su questo esempio si può arrivare a consolidare la supremazia dell'uomo sulla donna in termini di forza fisica.
Insomma: le differenze esistono e pilotano i comportamenti e come vanno le cose. Ma se su queste differenze creiamo dei ruoli, di fatto le legittimiamo e le istituzionalizziamo.
E allora, statene certi, troveremo sempre qualcuno che seppure nelle sue diversità, ad un certo ruolo non si adatta o in esso non si riconosce. E il ruolo, di fatto, ne limitirebbe la libertà.
Buon week end a tutti.

martedì 20 ottobre 2009

Dizionario della lingua italiana (moderna)

L'altro giorno sul treno ho potuto notare (e appuntare) una serie di "graffiti".
Ecco i più interessanti:

Momyna ti vgl (1) sfondare!
Momyno ti vgl skopare (*)

Se si xk(2)?! Se no com'è?! Oppure vabbe'!... Eh??!! (**)

Fa pompe cm (3) un'aspirapolvere (***)

Significati
(1) voglio
(2) perché
(3) come

Mie osservazioni
(*) mi fa impazzire l'utilizzo della K al posto della C e non della particella CH! Ah, un botta e risposta impagabile.
(**) Potrebbe diventare il manifesto di una nuova corrente letteraria...
(***) a bbello? Mai provato davvero con l'elettrodomestico?

lunedì 19 ottobre 2009

Varie ed eventuali

Andando verso l'ufficio (sigh) stamattina, mi precedevano i tre ragazzi che vedete in foto.
Quanto sono uguali, ho pensato, i giovani! A seconda del gruppo che frequentano, dell'ambiente, del quartiere, della città! E' un po' come se l'appartenenza ad un gruppo fosse suggellata e sottolineata da un comportamento o da un abbigliamento comune. Insomma, una divisa come simbolo di appartenenza ad un gruppo. Questo concetto, cavalcato abilmente, ha arricchito e arricchisce le griffe di moda.
Andando avanti con l'età, ci si rende poi conto che la divisa assume altri significati (escludendo il nativo significato militare). Diventa divisa da lavoro e quindi a volte necessaria, talvolta comoda e comunque a ricordare il ruolo di ognuno. Tuta, maglione, camicia, giacca e cravatta.
Dei tre ragazzi, quello in centro mi è sembrato essere il leader. Vorse per via del cappuccio alzato!
Mi ha fatto sorridere che dietro di loro, a scattare la foto, c'era un'altra persona, probabilmente altrettanto "strana" ai loro occhi. Che indossava un'altra divisa, ma che in comune con loro aveva la borsa a tracolla. Nello stesso verso della loro, da sinistra verso destra. La mia pesa una quintalata e serve a portarmi dietro il portatile aziendale, a volte spacciato come benefit!

Buon lunedì a tutti.

venerdì 9 ottobre 2009

Questa è bella

Ma guarda un po' cosa non ti scopro oggi?
http://lospaziodistaximo.blogspot.com/2006/05/food-blog-italiani.html
Andiamo sotto la "I" e cosa ti esce?
Il Blog di Paolino addirittura come new entry in questa lista di Food Blog Italiani...
Io non so chi gestisca questo Spazio di Staximo, nemmeno cosa voglia dire Staximo.
Ma soprattutto come abbiano fatto a selezionarmi come Food Blog.
Che giornata oggi...
Forse che anche internet è Comunista?

Ti auguro di essere bruttina

Figlia mia, Nella vita io ti auguro di essere bruttina.  Non dico proprio brutta, ma quel tanto che basta per piacere a qualcuno che sp...