mercoledì 18 marzo 2009

Una verità (quarta e ultima puntata)

Mi trovo in un corridoio piuttosto largo e molto lungo. Le pareti sono fregiate da buchi regolari e disposti in maniera ordinata, molto stretti ma piuttosto profondi. Per l’idea che ho io di catacombe questo è ciò che mi sembra. Non c’è tanta luce, visto che l’unica fonte luminosa è l’apertura nel muro alle mie spalle attraverso la quale sono appena passato.
Proseguo in questa direzione e comincio a percorrere il corridoio. So che tra non molto sarò raggiunto dalla Cosa che mi ha sparato addosso già due volte e comincio a correre.
I buchi alle pareti sono vuoti, almeno quelli che ho superato fino a questo momento, e il corridoio sta ormai per finire.
Tra i tanti loculi che affianco, uno attira la mia attenzione più degli altri perché è praticamente una finestra. Mi affaccio per guardare e lo spettacolo a cui assisto è qualcosa di terrificante.
Il mio sguardo si perde in una stanza non molto grande, illuminata a mala pena da una specie di schermo verde che occupa l’intera parete che si trova sulla destra del mio campo visivo. La luce pulsa e l’effetto che offre è quello di un cuore vivo che pompa sangue.
Legati al soffitto, come quarti di bue in una cella frigorifera, vedo corpi umani, assolutamente privi di peluria, con il petto squarciato da un taglio verticale. Sono appesi per le gambe e hanno tutti un solo braccio penzolante. A ognuno di loro è stato amputato il braccio destro. La mia attenzione ora viene catturata dal cadavere di una donna al quale sono state mozzate entrambe le braccia e che presenta due profonde e nette incisioni alla base dei seni.
Questa volta non riesco a trattenere i conati di vomito che mi assalgono e decido di interrompere la visione di questo atroce spettacolo.
Mi allontano dalla finestra e riprendo la mia fuga verso il fondo del corridoio. Quando ormai mancano poco più di cinque metri al termine del vicolo cieco lungo il quale sto correndo, scorgo un buco nel pavimento al termine della galleria. Continuo a correre verso quello che penso sia la mia salvezza e non appena posso guardarvi dentro scopro che sotto di me, a una decina di metri, c’è la spiaggia dove alle dieci in punto di non so quale giorno prima (o addirittura di quello stesso giorno!), stavo passeggiando leggermente alticcio.
Il salto è molto alto e mi viene in mente della volta in cui salii in cima ad un trampolino da dieci metri in piscina e supplicai il bagnino perché mi facesse tornare indietro utilizzando la scaletta.
Per la prima volta i miei ospiti dicono qualcosa. Nel preciso istante in cui la Cosa che mi sta seguendo entra nel corridoio in cui mi trovo, emette un verso molto simile ad un ringhio che mi fa sobbalzare. A spaventarmi è anche la sorpresa dell’essere stato raggiunto, il fatto che nel momento stesso in cui ho trovato la via d’uscita da quell’incubo sono anche ad un passo dall’essere ucciso.
La Cosa che ho di fronte, a una quindicina di metri da me, non ha assolutamente una composizione stabile. Sembra un ombra con le sembianze di un fantoccio goffamente umano: ne distinguo chiaramente le gambe, il busto e la testa. In mezzo a quella che a mio parere è la faccia, come fossero due occhi, vedo due cerchi schiacciati luminosi: sono verdi e pulsano come la parete del macello.
La sagoma è completata dal braccio sinistro anch’esso d’ombra, mentre il destro, quello che impugna l’arma che per due volte mi ha mirato, è quello di un uomo. Non ho dubbi, l’ombra che mi vuole uccidere ha un braccio umano attaccato alla sua spalla incorporea.
Non ho tempo per pensare a niente, la Cosa mi sta per sparare e se non salto giù immediatamente per me è la fine. Mi tuffo come se davvero sotto avessi una piscina; appena tocco la sabbia con i piedi cerco di attutire la caduta ruotando su un fianco e incredibilmente (per me almeno!) riesco a non farmi male.
Guardo verso il cielo e vedo nient’altro che stelle, l’astronave non è visibile eppure sono certo che sia sopra di me! Comincio a scappare e sento in lontananza una chitarra e Sara che canta. Probabilmente sono stato rapito per qualche ora solamente, e a dire il vero non me lo chiedo neanche, perché la mia testa sta continuando a ripetere la stessa frase ossessivamente: “Gli serviamo noi per diventare reali!”.

Ieri sera sono uscito dopo cena per fare due passi: avevo mangiato troppo e poi con Lisa c’era di nuovo aria di tempesta. Insomma avevo bisogno di starmene un po’ in pace a pensare ai fatti miei.
Come spesso accade in questi casi le mie gambe hanno preso a marciare da sole e senza rendermene conto mi sono trovato così lontano da casa da stentare a riconoscere dove mi trovassi.
Poi quel vicolo poco illuminato e stretto è tornato ad essermi famigliare; quando andavo a scuola ci passavo così spesso…
Mi è sembrato strano aver ripercorso così meccanicamente quella strada, dal momento che l’ultima volta che vi ero transitato era stato almeno dieci anni fa.
Ho ripreso a camminare e ad un tratto in fondo al vicolo ho scorto due persone. Sembrava stessero parlando perché, seppure molto lentamente (quasi seguissero una melodia), gesticolavano. Mi sono trovato come ipnotizzato a guardarli. Continuavano quella specie di dialogo ma dalle loro labbra non usciva il minimo suono.
Uno dei due, quello sulla destra, indossava una camicia blu scuro e non ho potuto non notare che gli mancava un braccio. Non mi posso essere sbagliato, perché la danza che stavano facendo era soprattutto un movimento di braccia e quella manica vuota distesa lungo il busto stonava terribilmente.
Improvvisamente, come se si fossero accorti di me, hanno interrotto ogni movimento e i loro occhi si sono illuminati di verde. Hanno cominciato a pulsare e in quel momento è stato come se il mondo mi fosse crollato addosso. Sono scappato, ma per pochi istanti (eterni in quel momento!) il vicolo si è colorato di verde e pulsava, pulsava, pulsava…

Stasera non sono uscito con gli amici, sono stato in casa a pensare (ricordare) a quella maledetta sera di sette anni fa. Mi sono messo a scrivere ma non ho mai smesso di piangere…

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